di Alberto Benzoni pubblicato il 25 aprile 2018 su alganews.it

Stiamo parlando dello stadio della Roma; affidato alle buone cure del duo Pallotta/Parnasi, situato allo sprofondo di una zona inidonea quanto semidegradata; e per la cui realizzazione, allo stato incerta, si spenderà un fiume di danaro pubblico.
Stiamo parlando di Villa Borghese, alla vigilia di una concessione pluriennale ai maghi della Fise e del Coni, con annessi sponsor di ogni ordine e grado, che sottrarrà all’uso del popolo romano e per un periodo indefinito, buona parte degli spazi esistenti..
Stiamo parlando del referendum radicale, teso a “liberalizzare”, aprendolo alla concorrenza, il servizio pubblico, leggi a privatizzarlo.
Stiamo parlando degli argomenti usati a sostegno di questi tre progetti: il Comune non è stato in grado di proporre un proprio progetto per la costruzione dello stadio e allora…; Villa Borghese è, oggi, in una condizione di degrado crescente ( esemplificata dalla condizione in cui si trova l’area del galoppatoio) e allora…; l’Atac così com’è, non è in grado di svolgere il proprio ruolo, sino ad essere indifendibile, e allora…

Ma, allora, dovremmo parlare di ciò che è all’origine di tutto questo: vale a dire la totale rinuncia, non scontata nè obbligata, del Comune e del pubblico di svolgere il ruolo ad essi assegnato dalla Costituzione e dai cittadini. E stiamo parlando del fatto che il Comune aveva, ai fini della costruzione dello stadio, una serie di aree pubbliche, all’interno del tessuto urbano e non si è mai sognato anche solo di prenderle in esame; e ancora del fatto che il degrado di Villa Borghese è il frutto della totale rinuncia del Campidoglio ( anche per la folle esternalizzazione del servizio giardini) alla difesa e alla tutela del verde pubblico; e, infine, del fatto che ad assassinare l’Atac sono stati anche una politica urbanistica dissennata, l’assenza di una politica di promozione del trasporto collettivo e, infine, i tagli a go-go praticati dai governi in un servizio per sua natura pubblico. Tre delitti. Un’unica matrice. Appunto.
E però se le cose stanno così, se la battaglia su questi tre fronti non si è ancora conclusa, se la città pubblica non ha ancora issato la bandiera bianca, c’è un unico modo per vincerla. ed è quello di spiegare a tutti e, in primo luogo a noi stessi in nome di cosa la combattiamo. E questa “cosa” non può essere la difesa e la perpetuazione della situazione e esistente, bensì l’impegno a ricostruire, idealmente ma anche concretamente il ruolo del pubblico come elemento centrale per la difesa e la promozione dell’interesse collettivo.
Dovremo ricostruire sulle macerie, ci si dirà. E allora?