E’ ormai alle porte il referendum comunale consultivo del prossimo 3 giugno che ha per oggetto la proposta dei Radicali di mettere a gara i servizi di trasporto pubblico oggi svolti dall'Atac; sostenuta dal giudizio negativo sulla stessa Atac, per i risultati catastrofici della sua gestione e per le responsabilità del "pubblico" (dai dirigenti incapaci ai lavoratori neghittosi al Comune assente, alla corruzione) nell'averli determinati.
Se così fosse, l'esito del referendum sarebbe scontato. Perché, con tutte le qualificazioni possibili ( e ce ne sono tante), il bilancio che abbiamo di fronte è indifendibile. Ma non è così. Perché oggetto fondamentale del Referendum non è il passato dell'Atac ma il presente e il futuro del trasporto pubblico a Roma.

Da questo punto di vista, votare NO è, insieme, una garanzia e un impegno. La garanzia di poter rivendicare il cambiamento profondo del servizio, nella sua gestione e nella definizione e verifica degli indirizzi, programmi e controlli che competono al Comune  e alla cittadinanza romana. Ciò che resta possibile se sarà respinta la proposta radicale che pretende migliorare l’attuale situazione con il semplice passaggio della proprietà, da pubblica a privata, nella presunzione tutta ideologica che privato sia meglio. Va rovesciata sui sostenitori della privatizzazione quella dimensione corporativa e angustamente conservatrice in cui vorrebbero ridurci.

Il NO è l'impegno a ricostruire il ruolo del trasporto pubblico, oggi negato, puntando a creare le condizioni perché diventi di nuovo "servizio per tutti". Tra queste la modifica della struttura aziendale Atac, ora una società per azioni che indipendentemente dall’unico azionista pubblico si muove con le regole delle altre Spa private, nonché delle politiche della mobilità comunali e regionali che hanno concorso a determinare l’enorme diffusione delle auto e la dispersione urbana con gli impressionanti fenomeni di congestione e di inquinamento, con la necessità dell’uso di mezzi privati per l’assoluta impossibilità di muoversi altrimenti.

Ma il No è anche l'impegno, già concreto e valido nell'oggi, ad affrontare seriamente la drammatica situazione del debito di Atac e del Comune, legati tra di loro da vincoli opachi; debito che resterà a carico del Comune, di noi “popolo bue” essendo impensabile che possa essere annullato colla messa a gara., Non solo, la privatizzazione del servizio comporterà , da parte dei nuovi gestori privati, l’eliminazione dei cosiddetti “rami secchi” ovvero delle linee periferiche strutturalmente deficitarie, l’aumento del costo di biglietti e abbonamenti, il taglio di retribuzioni e di orari, una maggiore precarizzazione del lavoro, maggiori difficoltà nell’integrazione modale, lo scarico degli oneri di ammodernamento infrastrutturale sulla collettività. Insomma, un libertà d'azione - malamente temperata dai contratti di servizio che non possono prevedere altro che un limitato rimborso economico in caso di disservizio dimostrabile a carico esclusivo del gestore - nel perseguire gli utili futuri, nel quadro di disegni su cui non avremo alcuna voce in capitolo. Già le periferie di Roma “servite” dal consorzio privato TPL dimostrano il peggioramento del servizio e le esperienze di altre grandi città europee testimoniano il “fallimento” della privatizzazione dei servizi pubblici in termini di qualità e costo sociale.

Per chi crede nella democrazia, la possibilità di progettare collettivamente il nostro futuro e la stessa concezione del servizio pubblico come mezzo fondamentale di riduzione delle disuguaglianze e di risposta ai bisogni di viaggio rappresentano obiettivi irrinunciabili. Nel corso della campagna referendaria, costruita sulla pluralità delle idee e dei contributi, ci sarà modo di offrire concrete indicazioni di miglioramento; ispirandoci al buon senso e alle esperienze in atto un po’ in tutto il mondo, dove la centralità del trasporto pubblico fa tutt'uno con la riscoperta dell’importanza pratica della democrazia civica.

Votare NO il 3 giugno è la premessa e la condizione necessaria per procedere in questa direzione. Associazioni, lavoratori, utenti, abitanti si stanno organizzando in COMITATI PER IL NO: ad essi proponiamo di stendere insieme un MANIFESTO DEL SERVIZIO PUBBLICO che partendo da ciò che si può già ora fare (tanti interventi poco costosi) per migliorare il servizio indichi la strada del cambiamento quale impegno duraturo una volta sconfitto il referendum.