ROMA sta morendo: privata delle vite ferite e uccise nelle strade, corrosa nei beni culturali e archeologici che ne fanno la storia e il destino, annichilita dai colpi di cemento e asfalto inferti alla stupenda bellezza dell’Agro, avvilita dalla trasformazione del centro storico in un grande outlet, degradata nelle relazioni sociali e civili. Tra le cause, un posto principale lo occupa l’abnorme presenza delle automobili che apre squarci sulla città di una violenza drammatica. L’automobile inquina pesantemente, ammala, occupa spazi sempre maggiori, ora anche sottoterra, riduce e guasta i rapporti sociali, assorbe una parte importante del reddito delle persone e del tempo di vita.

 

Roma sta morendo perché la sua struttura urbana - sia quella del centro storico, tra i più meravigliosi del mondo, che quella delle periferie sorte con l’abusivismo – non è stata costruita, con il suo intrico di strade e di vicoli, per le automobili, e per un così grande numero. Né è possibile risolvere il problema con tangenziali e complanari perché esse inevitabilmente si scontrano con il muro dell’ingresso in città. Così avviene che l’automobile di massa, portata all’eccesso, distrugge la città ma anche se stessa perché sempre di più perde velocità e flessibilità.

Roma sta morendo ed è il paradigma di tante città italiane, racconta un presente e una sorte comuni. Tra i cui maggiori problemi vi è dunque l’inquinamento dell’aria, ossia l’avvelenamento delle vite umane e dell’ambiente. L’aria, bene comune essenziale, è privatizzata nel senso che in essa si versano inquinanti nocivi per sé e per tutti gli altri esseri viventi umani, animali e vegetali e per le stesse pietre e i metalli. La città moderna vive entro un doppio cappio che la sta soffocando: da un lato il grande processo di urbanizzazione ha orientato persone e attività verso la città, ma la ristrettezza degli spazi fisici e la forza economica della rendita immobiliare l’hanno dilatata a dismisura, disperdendola nel territorio circostante; dall’altro il mito della velocità e la mercificazione del tempo hanno prodotto modalità di spostamento, e tecnologie di comunicazione, sempre più rapide per avvicinarsi in fretta alla città, entro la quale tuttavia è ogni giorno più difficile muoversi. La conseguenza è un inferno metropolitano: l’aria irrespirabile e lo stress continuo diventano efficaci incubatori di malattie fisiche e psichiche. Tra l’altro si determina una vera e propria sindrome da carenza di natura che compromette, riduce e scompensa la vita fisica e mentale e i comportamenti. Una vera pandemia, potenziata dalla violenza urbana e dalla perdita di vitalità dell’ambiente (distruzione della vita nel Tevere, impianti fognanti e di smaltimento dei rifiuti).

Roma si può salvare mettendo dei limiti all’inquinamento dell’aria, e concentrandosi sulla loro osservanza che tuttora non avviene? E’ forse un primo passo, ma non sufficiente. E’ credibile pensare che l’auto elettrica possa risolvere così gravi problemi? E’ forse un altro passo, seppure piccolissimo, per la riduzione di alcuni inquinanti e del rumore, ma certo non incide sull’ingombro, sulla congestione, sulla necessità di posteggi, sugli infortuni stradali, sullo stress da guida, sulla perdita di tempo e sull’occupazione di suolo e di ogni spazio con degrado del paesaggio vitale naturale e storico.


Roma si può salvare se cambia radicalmente il governo della città, se si attua una drastica discontinuità con le politiche dell’attuale e delle precedenti Amministrazioni comunali, provinciali e regionali, abbandonandole a favore di una mobilitazione efficace della società civile che possa determinare sia l’espansione della democrazia e della partecipazione al governo della città, che il rinnovamento culturale, morale, economico, sociale e organizzativo che renda percorribili le difficili scelte alternative. Un nuovo modo della politica, un rinnovato significato dello stare insieme affinché Roma sia opera dei suoi stessi abitanti. Ma mettere mano ad una politica diversa, significa guardare a un orizzonte più ampio, e perciò questo appello a tutte le città italiane a mobilitarsi per fare della battaglia per città pulite e sane una grande questione nazionale ed europea.

 

Roma e le altre città si possono salvare se contrastano, riducono e progressivamente portano l’inquinamento da mobilità entro una fascia di irrilevanza. Ciò implica:

-         la diminuzione dell’uso delle automobili e della loro sosta sulle strade urbane

-         il riordino e potenziamento del trasporto pubblico, specie su ferro e in superficie

-         l’opzione a favore della mobilità dolce (piedi e biciclette)

-         la riconversione delle industrie produttrici di automobili

-         la rinaturalizzazione delle città, anche con lo sviluppo dell’agricoltura ecologica

-         alternative credibili in termini di maggiore  e migliore occupazione

-         investimenti cospicui nella mobilità sostenibile delle persone e delle merci

-         sistemi comunicativi ed educativi di sostegno alla pianificazione territoriale e urbana

-         la collettiva individuazione, adozione e rispetto di indicatori di sostenibilità ambientale.

Roma e le città italiane si possono salvare se affrontano le evidenti interdipendenze tra scelte di politica urbana, di politica industriale e del lavoro, di politiche della ricerca e dell’innovazione, di politiche culturali, della salute e della sicurezza del territorio, determinando coerenti scelte programmatiche. La prevenzione ritorna centrale nell’orientare le scelte in un quadro di riferimento generale in grado di mobilitare unitariamente mezzi finanziari, competenze e lavori.

Roma e le altre città si possono salvare se rendono indifferibile un nuovo indirizzo di politica antinquinamento, perché due tendenze dominanti stanno dimostrandosi micidiali acceleratici del processo necrotico. La prima consiste nella credenza che altro asfalto e cemento possano essere utili, accompagnati dalla consegna ai privati dei servizi di trasporto, preferibilmente rincorrendo qualche grande evento che porti i soldi che servono. La seconda ripropone l’idea fordista, non abbandonata, di produrre qualche milione di altre automobili, anzi più milioni di automobili per ciascuna casa produttrice incrementando a dismisura consumi di petrolio, di energia elettrica, di suolo. La prima tendenza mette capo alla miseria delle politiche urbane, la seconda alla subordinazione della politica all’economia e alla finanza, alla produzione di denaro mediante denaro, indipendentemente dagli effettivi valori d’uso dei beni prodotti. Tutte e due disegnano un governo delle città, del Paese e dell’Europa dedito al piccolo cabotaggio, incapace di porsi le domande che interrogano la nostra società.

Roma e le altre città si possono salvare se la loro voce si fa sentire, con l’autonomia che discende dall’essere i giacimenti più importanti dell’identità di un popolo (la città considerata da Cattaneo principio ideale delle istorie italiane), i luoghi della crescita civile e culturale, la terra dove si vive e si lavora. Le città - ferite dall’inquinamento nelle loro pietre, negli alberi e parchi, negli animali, negli abitanti - possono fare la forza per aumentare la consapevolezza della gravità della situazione e per entrare decisamente nell’impervia strada del cambiamento.

 

CALMA www.calmamobilita.net Roma, 20 giugno 2012

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